Cinquat’anni di creste e chitarre a tavoletta: il punk dai bassifondi al mito
Tutto è cominciato con quattro ragazzi in giubbotto di pelle che contavano uno due tre quattro e cambiavano per sempre la storia della musica era il 23 aprile del 1976 quando i Ramones lanciavano il loro primo disco omonimo e senza saperlo mettevano la firma sulla nascita del punk oggi che siamo nel 2026 festeggiamo mezzo secolo di una rivoluzione che doveva durare un mattino e invece è diventata immortale partendo dai club sudici di una New York sull’orlo del fallimento per arrivare a influenzare tutto quello che abbiamo visto e sentito dopo.
Il punk non è mai stato solo musica ma una vera scarica di adrenalina iconoclasta che ha demolito le barriere tra chi sta sul palco e chi sta sotto un’attitudine grezza e sincera che diceva a chiunque di prendersi uno strumento e urlare la propria rabbia senza troppi giri di parole questa furia è sbarcata quasi subito in un’Inghilterra depressa dando il la a band leggendarie come Sex Pistols e Clash trasformando le strade in una passerella di spille da balia e capelli colorati grazie alle intuizioni di Vivienne Westwood.
Certo oggi il punk ha i capelli grigi e si è trasformato in un business di mezza età con le magliette dei Ramones che finiscono negli scaffali dei grandi magazzini e i festival come quello di Blackpool che sembrano raduni di reduci ma il fuoco sotto la cenere non si è mai spento lo vediamo nelle quotazioni folli dei vinili originali per i collezionisti e nella vitalità di una scena italiana che tra Roma Bologna e i festival estivi continua a macinare chilometri e passione.
Dalle provocazioni nichiliste degli inizi fino al pop punk miliardario degli anni novanta il cerchio si chiude con la consapevolezza che quella spinta ribelle non è mai passata di moda è un filo rosso che lega i sobborghi di Buenos Aires alle periferie di Giacarta ricordandoci che nonostante il passare dei decenni e la trasformazione in marchio globale l’idea di base resta la stessa meglio una chitarra scordata e un sogno in tasca che rassegnarsi a una vita ordinaria perché in fondo essere punk è sempre meglio che lavorare.
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