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Sound Opinions Yana Bolder
C’è un limite sottile tra l’omaggio artistico e lo snaturamento di un simbolo, e sul palco del Primo Maggio a Roma questo limite è stato ampiamente superato. Delia, l’artista siciliana chiamata a interpretare «Bella ciao», ha pensato bene di dare una rinfrescata al testo più iconico della nostra Resistenza sostituendo la parola «partigiano» con un più generico e politicamente corretto «essere umano». Il risultato? Una versione che, nel tentativo di farsi universale, finisce per diventare terribilmente vuota.
L’intenzione dichiarata nel backstage, quella di voler allargare il campo per ricordare che i conflitti e le oppressioni esistono ancora oggi in tutto il mondo, suona tanto come una giustificazione debole per un’operazione che sa di censura storica involontaria. «Bella ciao» non è una canzoncina pop sull’amicizia o sulla pace nel mondo in senso astratto; è l’inno di chi ha scelto da che parte stare in un momento preciso della nostra storia. Quel «partigiano» non è un termine escludente, ma il cuore pulsante di una lotta che ha permesso a noi, oggi, di poter cantare liberamente su un palco.
Dire che «essere umano» serve a rendere il messaggio attuale significa ignorare che la forza di quel brano risiede proprio nella sua identità. Se togliamo il riferimento a chi ha combattuto l’occupante, a chi è morto in montagna «per la libertà», trasformiamo una canzone di lotta in una ninna nanna buonista che va bene per tutte le stagioni e per nessuno. È un paradosso: per voler abbracciare tutti, si finisce per non onorare nessuno. La Resistenza non è un concetto astratto da spalmare su ogni tragedia globale, ma una radice precisa. Cambiare le parole non è un gesto di apertura, è un atto di superficialità che annacqua la memoria collettiva in nome di un’estetica del sentimento che, purtroppo, non serve a salvare nessun essere umano, ma serve solo a sbiadire la nostra storia.
Scritto da: Anna Silvestro
today25 Aprile 2026 16 3
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