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Sound Opinions Yana Bolder
Ricevere una diagnosi di Adhd in età adulta può sembrare un paradosso ma per la giornalista Matilda Boseley è stata la cosa più meravigliosa che potesse accaderle. Prima di quel momento Matilda viveva convinta di essere semplicemente una persona peggiore degli altri meno capace di gestire le responsabilità quotidiane e perennemente in ritardo sulla vita. Guardando i sintomi descritti nei manuali non si riconosceva perché il racconto comune parla quasi sempre di bambini irrequieti tra i banchi di scuola e mai di una giovane donna che entra in crisi davanti a una casella email piena.
Il passaggio dalla vergogna alla consapevolezza è stato il cuore del suo viaggio raccontato nel libro L’anno che ho incontrato il mio cervello. La scoperta della neurodivergenza non è stata una scusa ma una spiegazione che ha dato finalmente un senso a quel puzzle confuso che era stata la sua infanzia fatta di oggetti smarriti gilet scolastici persi dopo pochi giorni e una noia così profonda da diventare dolore fisico. Spesso le donne sfuggono alla diagnosi perché imparano a nascondere i sintomi o perché la loro irrequietezza è interna mentale più che fisica e questo le porta a crescere con l’idea di essere nate sbagliate o cattive.
Oggi Matilda suggerisce di sostituire la colpa con la curiosità chiedendosi perché certe cose risultino difficili invece di punirsi per non averle fatte. La diagnosi ha cambiato anche il suo modo di stare con gli altri permettendole di spiegare che un compleanno dimenticato non è mancanza di affetto ma un limite del suo funzionamento. Certo c’è chi ancora liquida l’Adhd come una moda passeggera ma la libertà di poter finalmente essere se stessi senza maschere vale ogni spiegazione superflua. Imparare a conoscersi significa scoprire che quel cervello tanto criticato ha anche dei doni come l’entusiasmo travolgente e la creatività e che da quel momento in poi le cose possono solo migliorare.
Fonte: Vanity Fair
Scritto da: Anna Silvestro
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