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Sound Opinions Yana Bolder
C’è chi ha storto il naso, chi ha cercato il conforto dei classici e chi, invece, ha finalmente tirato un sospiro di sollievo. Il Ministero della Cultura ha scelto Achille Lauro come volto per la nuova campagna di promozione del patrimonio culturale italiano. E se la notizia vi sembra un ossimoro, forse è perché state guardando il quadro dalla prospettiva sbagliata.
Per anni abbiamo raccontato le nostre bellezze come pezzi di cristallo in una teca: intoccabili, solenni, a tratti distanti. Poi arriva lui. Lauro De Marinis, l’uomo che ha fatto dell’eccesso una forma d’arte e della metamorfosi il suo marchio di fabbrica.
Scegliere lui non significa profanare il tempio; significa accendere le luci per chi quel tempio lo vedeva solo come un vecchio ammasso di marmo grigio. Lauro non parla ai musei, parla ai ragazzi che quei musei li evitano perché “non parlano la loro lingua”.
C’è una bellezza struggente nell’accostare i tatuaggi di Lauro ai fregi del Bernini o alle colonne romane. È il messaggio che l’arte non muore mai, ma ha bisogno di sangue fresco per continuare a scorrere.
“L’arte è di tutti, ma soprattutto di chi ha il coraggio di immaginarla di nuovo.”
L’Italia ha un disperato bisogno di smettere di essere solo un “museo a cielo aperto” e diventare un laboratorio a cielo aperto. Se Lauro serve a far capire a un ventenne che il Colosseo ha la stessa energia di un palco rock, allora il Ministero ha fatto centro.
Non è una svendita, è una traduzione. E Lauro è il traduttore più audace che potessimo desiderare.
Scritto da: Arianna Perra
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