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Sound Opinions Yana Bolder
di Enzo De Biasi
C’è un silenzio strano, quassù, tra le pieghe del Piave e le ombre delle Dolomiti. Non è il silenzio della pace, ma quello di chi si sente derubato in casa propria, con le chiavi ancora in mano e i forzieri spalancati.
Belluno non è solo una provincia di confine; è il caveau dell’oro azzurro, la cassaforte idrica di un Veneto che ha sete, ma che troppo spesso dimentica da dove sgorga la vita.
Siamo diventati un serbatoio. Un’immensa cisterna a cielo aperto a cui tutti attingono, ma che nessuno sembra voler manutenere. L’acqua parte gelida e pura dai nostri ghiacciai, attraversa le nostre valli, muove turbine che generano miliardi, eppure a noi restano solo i sassi. Resta la sabbia.
Ed è qui che l’ironia si fa feroce: oggi, in questa strana economia della spoliazione, sembra che un metro cubo di inerte valga più della linfa vitale che lo trasporta. L’autonomia, quella parola tanto sbandierata nei comizi e sussurrata nelle osterie come un mantra di liberazione, appare oggi come un miraggio sbiadito. Un’autonomia tradita, non da un nemico lontano, ma dall’indifferenza di un sistema che vede la montagna solo come una risorsa da spremere, mai come un organismo da proteggere.
“L’acqua corre verso il basso, si sa. Ma è la ricchezza che sembra aver dimenticato la strada del ritorno.”
Non chiediamo assistenza. Il bellunese ha le mani callose e la schiena dritta; non sa cosa farsene della pietà. Chiediamo il rispetto di un patto non scritto: se il nostro territorio alimenta il progresso della pianura, se le nostre dighe accendono le luci delle metropoli, allora quella ricchezza deve smettere di essere un flusso a senso unico.
Invece, assistiamo allo spettacolo deprimente di una gestione che preferisce la burocrazia al buonsenso. Vediamo i canoni idrici perdersi nei rivoli dei bilanci regionali, mentre le nostre strade franano e i nostri giovani caricano le valigie, stanchi di vivere in un paradiso che non paga le bollette.
Il dramma è che, mentre l’acqua scivola via veloce verso il mare, a noi resta il sedimento. Resta il problema dei detriti, resta la gestione dei bacini che si colmano di fango, resta il peso di un ambiente che chiede cura e riceve solo sfruttamento. La sabbia, appunto. Quella che blocca gli ingranaggi di una politica che avrebbe dovuto fare della specificità bellunese un fiore all’occhiello, e che invece l’ha ridotta a un fastidio amministrativo.
Se l’autonomia deve essere una cosa seria, deve partire dal diritto di decidere del proprio destino. Altrimenti, continuiamo pure a chiamarlo “oro azzurro”. Ma ammettiamo, con la dignità dei vinti, che per noi è rimasta solo la polvere.
Scritto da: Arianna Perra
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