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Sound Opinions Yana Bolder
Siamo diventati i guardiani del divano dei nostri figli senza nemmeno rendercene conto. Paolo Crepet ci lancia una provocazione che brucia perché tocca un nervo scoperto: quando diciamo ai ragazzi “rimani qui con noi” o corriamo a portargli lo zaino perché pesa troppo stiamo davvero facendo il loro bene oppure stiamo solo nutrendo le nostre paure? Una volta la casa non era un albergo e la porta era aperta verso l’esterno verso la vita vera quella che si impara prendendo la pioggia o sbagliando strada. Oggi invece sembra che il nostro obiettivo principale sia eliminare ogni fatica dal loro cammino trasformando la libertà in una specie di chimera digitale tra visori e playstation.
Il problema è che la corazza per affrontare il mondo non si compra su Amazon e non si eredita dai genitori ma si costruisce un grammo alla volta portando proprio quel peso che oggi cerchiamo di risparmiargli. Se un padre non sa nemmeno dove sia il liceo del figlio non è disinteresse ma un atto di fiducia estrema è dire “questo è il tuo lavoro questa è la tua vita”. Invece ci ritroviamo a tavola in cene che durano dieci minuti con gli occhi incollati agli smartphone evitando le domande difficili perché abbiamo paura della risposta o del silenzio.
Educare allora non significa aggiungere comodità ma avere il coraggio di togliere. Togliere la protezione eccessiva togliere il controllo costante per lasciare spazio al desiderio e alla responsabilità. Solo chi sperimenta il vuoto e la fatica può davvero capire quanto vale ciò che ottiene. Forse dovremmo chiederci se quel “stai tranquillo amore mio” non sia diventato un modo per tenerli fermi mentre il mondo fuori continua a girare. È tempo di lasciarli andare di permettergli di inciampare e di scoprire che sanno rialzarsi da soli perché è proprio in quel momento che iniziano a diventare adulti.
Scritto da: Anna Silvestro
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